lunedì 3 settembre 2012

Nuovi insulti: sei un Hipster.





Riapro le porte del Disbanded blog con una questione di poco conto, come sempre. Mi trovavo alle prese con una mano di "nomi-cose-città", tra le cui categorie avevamo inserito la voce "insulti". Viene estratta la lettera H, e pochi riescono a riempire la casella; ma qualcuno scrive la parola Hipster. Pressoché all'unanimità la parola viene accettata, non fosse altro per apprezzare il guizzo. In verità è già da qualche tempo che mi imbatto in articoli o pezzi anti-hipsters: questo addirittura a opera di pubblicitari, la categoria forse più hipster di tutte. Qualcosa quindi non mi torna, e cerco di fare ordine.  Vediamo cosa dice The urban dictionary: definisce gli Hipsters "a subculture of men and women typically in their 20's and 30'shat value independent thinking, counter-culture, progressive politics, an appreciation of art and indie-rock, creativity, intelligence, and witty batter". Niente di male quindi (tra l'altro, si legge più avanti, l'hipster sembra avere addirittura una conformazione fisica ad hoc: il ragazzo hipster è magro come la ragazza con cui esce. Del resto la ragazza hipster non uscirebbe mai con l'uomo muscolare e probabilmente sessista di cui l'hipster è l'opposto). Insomma, a parte l'incomprensibile witty batter, non sembrerebbe così male essere un hipster. Ma come ha potuto un insieme di valori tutto sommato positivi o apprezzabili scivolare nella categoria Insulti di nomi-cose-città? Vedo che la parola deriva forse dall'africano "hipi", traducibile in "aprire gli occhi a qualcuno". Mica roba da poco.  E tra i primi a usare il termine c'era Jack Kerouac, che nel 1940 ne esaltava la special spirituality; vero è che all'epoca gli hipsters giravano in autostop, mentre oggi il rischio di rovinare la maglietta di Urban Outfitters sarebbe troppo elevato, per quanto ci sarebbero ottime chances di postare grandi foto su Instagram.  Forse però il termine deriva dal jazz. Guardate che bella la definizione di Frank Tirro (Jazz: a history):  "The hipster is an underground man. He is to the Second World War what the dadaist was to the first. He is amoral, anarchistic, gentle, and overcivilized to the point of decadence." Dunque come siamo passati dalla rispettabilità allo scherno? Deve essere colpa della deriva fashion. La moda sembrerebbe aver fagocitato la sostanza di questo "state of mind", sempre tutto da dimostrare per la verità. Secondo Wikipedia l'hipster è associato "with independent music, a varie non-mainstream fashion sensibilityApple productsliberal or independent political views, alternative spirituality or atheism/agnosticism and alternative lifestyles. Interests in media would include independent film, magazines such as Vice and Clash, and websites like Pitchfork Media and Tumblr"; in pratica un ritratto del 90% delle persone che lavorano in pubblicità, me e questo blog inclusi. (Nota bene: mi prendo la responsabilità di dire che quelli bravi davvero che ho incontrato nel nostro hipster-mestiere appartengono al restante 10%: geni un po' incompresi, fuori dal mondo e per questo più puri e brillanti. Scartati a priori dal 90% delle agenzie). Per una visione più ampia allego anche un video che descrive il fenomeno dal punto di vista più superficiale, ravanando nell'epicentro del sisma: Williamsbourgh, Brooklyn. Però resta il fatto che tutto intorno a noi può essere definito hipster, a parte forse Monti,  Fabio Capello e pochi altri.  L'importante è che non si sappia, e che facciamo tutti finta che questa parola non sia mai esistita, che sia stata definitivamente smembrata. O Disbanded, se vi sentite particolarmente H.

Elvis has left the building.




3 commenti:

up ha detto...

ciao, sarà che invecchio e che siccome che so' cecato ma faccio fatica a leggere sul monitor e ti volevo suggerire di dividere il testo in paragrafi che rende più comoda la lettura.

Ted ha detto...


E hai ragione. Da tempo ho in mente di cambiare la veste grafica del blog, e renderlo anche più leggibile.

Andrea Fontanot ha detto...

Ciao Francesco. Mi sono occupato del concetto di hipster nell'articolo su pubblicità e cool che ho scritto su Bill. E come per il cool, di cui in fondo è un quasi sinonimo, penso che la parabola sia quella: dalla ribellione/anticonformismo a pura posa, quindi fighettismo. Ti ricordo anche un vecchio Huey Lewis intonare "it's hip to be square". Andrea Fontanot.